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Full text of "Seconda esposizione internazionale d'arte della città di Venezia : catalogo umoristico illustrato a colori"

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ESPOSIZIONE 

X 

ARTE-DEI^ 
^VENEZA^ 


Li:  Sauere  Barigazzi- Bolo^n^. 


CAlAloGO 


vmorisiìco 
illvsTràIoacolori 

TesJo  o'MOMO  -  DISEGNI 


3^  ÉniZIONE 


NASICA  E  MIMO 
pvbbucazionedelPeriodico  bolognese. 

PERMESSO  ?....  *  I  U^7- 


Seconda  Esposizio- 
ne Internaziona- 
le D'  Arte  della 

CITTÀ  DI  \^ENEZIA. 

catalogo  UMORlSriCO 

ILLUSTRATO  A  COLORI. 
Testo  di  M OMO,  Disegni  di 
NASICA  E  MIMO. 


Fascicolo  I. 
(Il  Rosso  e  il  Giallo) 


BOLOGNA 
I^ditokk:  è  permesso?... 

Giornale  umoristico  artistico  settimanale 
1897. 


Coi  tipi  dello  Stabilimento  Tipografico  Successori  Monti 


A  .  L' ARTE  . 
PERCHÈ  .  COME  .  PER  .  LEI  .  RIDIAMO 
OGGI  . 

VOGLIA  .  ELLA  .  SORRIDERCI  . 
UN  .  GIORNO  . 


CON  .  RIVERENZA  . 

NASICA  .  MIMO  .  MOMO 


PRIMO 

DE  ORIGINIBUS 

Un  giorno,  la  mattina  del  28  Aprile  dell'anno  di  grazia  1897,  il 
pittore  Nasica  (la  biografia  ad  altro  fascicolo  :  chi  non  lo  conosce 
impari  ad  ammirarlo  nei  disegni  del  presente),  il  pittore  Nasica,  ripeto, 
si  aggirava  tutto  solingo  per  le  calli  della  vetusta  e  originalissima 
città  di  Venezia.  Chi  pensasse  che  vi  si  fosse  recato  per  proteggere 


collo  sguardo  paterno  1'  opera  sua  beneamata,  la  quale,  desiderosa  di 
ammiratori,  a  malincuore  sopportava  di  essere  da  così  lungo  tempo 
appesa  inutilmente  alle  pareti  del  gran  tempio  cui  Mario  Pittore  ornò 
di  artistica  facciata,  s' ingannerebbe  a  partito.  Il  pittore  Nasica,  stu- 
diosissimo e  coscienzioso  in  ogni  sua  cosa,  erasi  recato  nientemeno  a 
Venezia  per  osservare  lo  strano  aspetto  deWa  Serenissima  in  un  giorno 
di  pioggia. 


È  evidentemente  il  soggetto  del  quadro  attorno  al  quale  sta  ora 
lavorando:  una  indiscrezione  che  l'autore  per  primo  mi  perdonerà. 

Ma  siccome  i  giorni  passavano,  le  tasche  si  alleggerivano  e  la 
pioggia  accennava  a  non  voler  comparire,  così  troviamo  il  nostro 
pittore  ad  aggirarsi  solingo,  per  le  calli,  come  sopra.  Fu  in  questa 
passeggiata  solitaria  che  gli  capitò  l'avventura  seguente,  spiritosissima. 

A  un  tratto  si  vede  passare  d'accanto  una  gloriosa  matrona,  dal- 
l'incedere maestoso,  tutta  atteggiata  il  volto  a  severità:  pacata  e  ve- 
nerabile avanzava,  tutta  sola,  nè  alcuno  osava  avvicinarla.  Quando  da 
una  viottola  sbuca  un  vezzosissimo  damerino,  azzimato  e  pettinato  a 
festa,  il  quale,  facendo  suonare  sul  fianco  dondolante  una  buona 
dozzina  di  ciondoli  civettuoli,  le  si  appressa  imperturbato  e  con  gesto 
naturale  la  saluta.  Voi  credete  che  la  matrona  neppure  lo  degnasse 
di  uno  sguardo.  AH'  opposto  :  perchè,  non  appena  lo  riconobbe,  uscì 
in  un  grido  di  giubilo,  e  scivolando  il  suo  destro  fidiaco  braccio  nel 
sinistro  molto  moderno  e  poco  fidiaco  del  vezzoso  salutatore,  prese 
con  lui  amichevolmente  a  conversare,  e  scomparvero. 


Chi  erano  i  due  misteriosi  forestieri  ?  Intanto  fu  osservato  che 
nessuno  dei  due  era  comparso  alla  inaugurazione;  anzi  la  matrona,  da 
quel  momento,  non  fu  più  veduta.  Ma  il  giorno  seguente,  nell'  ora  che 
dalla  capitale  giunge,  desiderato  messaggio,  la  Tribuna,  chi  in  quel 
tempo  si  trovava  a  Venezia,  giura  di  aver  veduto  il  pittore  Nasica, 


I 


nella  Piazza  di  San  Marco,  circondato  da  una  immensa  folla  di  cu- 
riosi, spiegare  il  verbo  di  Enrico  Panzacchi,  che  già  si  presentava  col 
suo  articolo  —  Sulla  Soglia  —  a  parlare  della  Esposizione.  Quando 
il  pittore  giunse  alle  parole  c  Garolus  Duran,  che  dà  del  tu  alla 
Natura  »  quella  prosa  gli  parve  a  dirittura  una  rivelazione.  Dunque 
la  nnatrona  che  Venezia  negli  ultimi  giorni  aveva  ospitata  non  poteva 
essere  la  Natura  e  il  suo  damerino  Carlo  Durar.?  Non  erano  stati 
veduti,  sia  pure  per  poco,  a  braccetto? 

Fu  un  subisso:  i  veneziani  non  capivano  più  nella  pelle,  e  il 
pittore  Nasica  fu  condotto  in  trionfo  per  la  città. 


Ora  non  dubito  più  che  il  suffragio  popolare  gli  aggiudicherà 
il  premio. 

Chi  però  più  si  commosse  alla  rivelazione  fu  il  pittore  medesimo. 
Dunque  colei  che  da  tanto  nei  suoi  sogni  d'artista  egli  perseguiva,  gli 
era  passata  da  presso  ed  egli  l'aveva  veduta,  una  volta.  Ed  ora  come 
ritrovarla?  Per  "molti  giorni  la  ricercò  invano,  sino  a  che  dovette 
persuadersi  che,  dicci  minuti  prima  della  inaugurazione  della  esposi- 
zione, la  matrona  era  partita  da  Venezia.  Fu  allora  che  il  disinganno 
amaro  gli  suggerì  una  trovata. 

Se  è  vero,  egli  si  disse,  che  i  quadri  della  Mostra  sono  una  cari- 
catura della  Natura,  per  cui  Ella  si  è  creduta  obbligata  a  fuggirsene 
lontana,  facciamo  la  caricatura  della  caricatura  :  è  probabile  che  a 
questo  modo  si  torni  sulla  retta  via  e  forse-  mi  sarà  dato  di  nuovo 
imbattermi  nella  Dea. 


Ma,  come  tutti  gli  uomini  di  provata  modestia,  volle  mettere  a 
parte  anche  altri  del  suo  progetto,  e  volse  per  ciò  gli  sguardi  su  due 
artisti,  di  fama  presso  che  mondiale.  Mimo  e  Monto,  chiedendo  il 
loro  consiglio.  Mimo  e  Momo  si  arricciarono  i  baffi,  o  se  non 
precisamente  i  baffi,  qualche  cosa  non  del  tutto  indegna  di  tanto 
nome,  si  puntarono  la  caramella,  sempre  necessaria  nel  momento  di 
una  decisione  d'importanza  capitale,  e  pensando  che  metteva  conto 
discendere  dal  loro  piedistallo  per  entrare  in  così  buona  compagnia, 
in  massima,  sulle  generali,  serbando  intatta  la  loro  personalità  di 
artisti  di  grido  e  di  critici  influenti,  accettarono  di  aiutarlo.  Così 
ebbe  origine  la  presente  pubblicazione  :  i  suoi  mezzi,  il  suo  scopo 
vedremo  poi. 


SECONDO 

IL  CONVEGNO  DEI  CRITICI 


Quando  un  critico  si  alza  alia  mattina,  apre  un  finestrino  che  dà 
sull'Universo  e  ascolta  per  mezz'ora  le  voci  dell'umanità  che  portano 
la  sua  fama  alle  stelle.  E  siccome  il  cuscino  sul  quale  ha  riposato  la 


notte  è  poco  soffice,  avendo  il  critico  avuto  cura,  la  sera,  di  disporre 
sotto  il  medesimo  alcuni  volumi  di  erudizione  artistica,  eh'  egli  non 
legge  mai,  ma  che  un  giorno,  dato  il  lungo  convivere  insieme,  sono 
destinati  a  diventare  carne  della  sua  carne  e  sangue  del  suo  sangue, 
egli  inevitabilmente,  dopo  una  mezz'ora,  si  ritrae  dalla  finestra  e 
prende  la  solita  docciatura.  Una  testa  così  gravida  d'  idee  ha  sempre 
bisogno  di  rinfrescarsi. 

E  soltanto  dopo  queste  operazioni  di  indiscutibile  importanza  che 
il  critico,  ben  pettinato,  strigliato  e  concimato,  si  decide  ad  uscire. 


Per  quella  mattina  era  indetta,  in  occasione  dell'apertura  della 
Seconda  Esposizione  Internazionale  d'Arte  della  città  di  Venezia,  una 
gita  ciclistica,  a  cui  dovevano  prendere  parte  tutti  indistintamente  i 
componenti  il  benemerito  Club  critico  sportivo  italiano.  Si  era  scelto 


quel  mezzo  non  per  modestia,  come  insinuarono  gl'interessati,  ma 
per  due  ragioni  di  altissimo  valore;  prima  perchè  era  questo  il  più 
economico  sistema  per  cui  un  animale  qualsiasi  può  essere  trasportato 
da  una  città  ad  un'altra,  cosa  non  del  tutto  disprezzabile  da  uomini 
di  lettere  e  poco  in  quattrini,  secondariamente  perchè,  era  questo  il 
mezzo  per  arrivare  a  Venezia  tra  molta  polvere  e  molto  rumore,  due 
cose  ancora  queste  tutt'altro  che  indifferenti  per  uomini  di  lettere  e 
critici  d'arte. 

Quale  credi,  o  lettore  cortese,  che  fosse  il  punto  di  ritrovo  ?  Tu 
certo  hai  imaginato  la  piazza  di  S.  Marco  o  i  pressi  dell'Espo- 
sizione. Nulla  di  tutto  ciò.  Erasi  convenuto  col  Gomitato  che  a  una 
data  ora,  con  inappuntabile  esattezza  d'orario,  la  carovana  ciclistica 
dovesse  fare  il  suo  trionfale  ingresso  all'Esposizione,  senza  discendere 
dalla  macchina,  e  che  perciò,  all'ora  stabilita,  il  pubblico  dovesse  es- 
sere invitato  a  sgombrare  le  sale.  E  così  avvenne. 


All'ora  dell'arrivo,  due  enormi  ali  di  popolo,  da  cui  si  levavano 
tratto  tratto  esclamazioni  di  meraviglia  in  tutte  le  lingue,  si  stende- 
vano ai  fianchi  dell'artistico  edificio.  Acclamati  da  un  pubblico  deli- 
rante, in  perfetto  orario,  giunsero  i  gitanti:  la  corsa  vertiginosa  ap- 
pena lasciò  intravedere  visi  pallidi  e  sbarbati,  baflfi  canuti  e  pizzi  im- 
periali, validi  toraci  e  schiene  elefantine,  gambe  risibili  e  piedi  di 
quattro  Spanne.  Poi  tutto  scomparve,  come  lampo,  entro  la  porta 
d'ingresso.  Furono  pochi  minuti  di  attesa,  ansiosa;  poi  la  carovana  fu 
veduta  riapparire,  trasfigurata,  come  ispirata.  Chi  portava  erta  la  fronte, 
quasi  pensando,  e  teneva  in  mano  un  volume  sesquipedale  di  appunti, 
chi  colla  testa  bassa  tentava  celare  al  curioso  indiscreto  il  grande  in- 
terno commovimento,  chi,  seguendo  forse  una  sua  idea  fissa,  veniva 


tentennando  il  capo,  quasi  indicasse  un  disinganno,  chi  superbo  delle 
glorie  italiane  veniva  fumando  un  cattivo  sigaro,  anch'esso  italiano, 
per  quanto  poco  glorioso.  Fu  anche  questo  un  attimo,  poi  di  nuovo 
tutti  scomparvero,  e  tornarono  a  casa.  Nè  furono  più  veduti,  mai. 
Ma  forse  m'inganno.  Uno  solo,  pochi  istanti  dopa  che  i  suoi  amici 
erano  partiti,  preso  da  scrupolo,  tornò  addietro.  Lasciò  la  bicicletta  e 
il  quaderno  degli  appunti  alla  porta  e  colle  braccia  al  sen  conserte, 
napoleonicamente  solo,  rientrò.  G' indiscreti  intanto  non  se  l'erano 
fatto  dire  due  volte  e  pagando  grosse  mance  alla  guardia  che  teneva 
in  custodia  il  fatidico  volume,  poterono  leggervi  queste  poche  sibilline 
righe  : 

/  pittori  che  pensano 
I  pittori  che  suonano 
I  pittori  che  sentono 
I  pittori  che  mangiano 
I  pittori  che  russano 

Evidentemente  erano  queste  le  categorie  in  cui  l'egregio  critico 
avrebbe  confinati  tutti  i  quadri  della  Esposizione.   E  forse  appunto 
era  ritornato  addietro  incerto  del  come  denominare  la  sesta.  Dopo 
quattro  buone  ore,  finalmente  il  misterioso  genio  uscì.  Riprese  il  qua- 
derno, vi  scrisse  col  lapis  rosso,  con  aria  di  trionfatore: 

Gli  altri 


tirò  un  sospirone,  inforcò  la  macchina  e  scomparve. 


TERZO 


UNA  IDEA  LUMINOSA 


Il  giorno  seguente  il  pittore  Nasica,  umile  e  silenzioso,  coU'u- 
nica  sua  compagna  indivisibile,  la  Guida,  entrava  esso  pure  alla  Espo- 
sizione. E  come  avviene  delle  idee  veramente  originali,  che  non  si 
fanno  nè  cercare  nè  aspettare,  così  la  trovata  non  indugiò  a  rivelar- 
glisi  in  tutta  la  sua  malia.  Partecipare  l'invenzione  a  Mimo  e  Monto, 
far  sì  che  essi  ne  rimanessero  a  prima  vista  abbagliati,  fu  certo  la 
minor  fatica. 

Pensò  adunque  il  buon  Nasica:  se  è  vero  che  il  primo  e  forse 
massimo  ufficio  in  una  Galleria  di  quadri  spetta  agli  occhi,  secondo 
che  i  medesimi  dettano  e  richiedono  deve  il  critico  distinguere  e  rag- 
gruppare. 

Non  crediate,  amici  lettori,  che  portando  io  il  nome  del  Dio  del 
Riso  (e  me  ne  vanto)  non  possa,  a  mia  volta,  e  quando  mi  pare  e 
piace,  parlare  sul  serio.  Per  fare  adunque  quanto  è  detto  di  sopra, 
bastava  al  pittore  Nasica  guardarsi  un  tantino  d'intorno  Ed  egli 
guardò. 

E  vide,  prima  d'ogni  altra  cosa,  prima  della  cornice,  del  disegno, 
della  figura,  vide  sopratutto  dei  colori.  Dunque  //  colore  sarebbe  il 
punto  di  partenza  per  cui  egli  moverebbe  alle  sue  categorie.  E  insi- 
stendo nelle  sue  osservazioni  vide,  fra  i  colori,  in  modo  specialissimo, 
dominare  il  rosso,  il  giallo,  il  verde,  il  bleu. 

Ecco  adunque,  senza  cavilli,  senza  torture  e  lambiccature,  pre- 
sentarsi il  concetto  ordinatore  di  tutta  quanta  la  Esposizione.  Tanto  è 
vero  che  gli  umili  e  i  semplici  l'Arte,  divinità  equa  e  sapiente,  ha 
sempre  degnati  delle  sue  visioni  preferite. 

QUARTO 

CIÒ   CHE  FAREMO 

Ecco.  Prima  di  tutto  una  pubblicazione  come  va,  e  questo  si  ca- 
pisce, ma  non  si  dice.  È  quello  che  faccio  Poi  di  poca  spesa,  e  questo 
si  sa,  ma  non  si  dice,  perchè  nessun  autore  è  tenuto  a  conoscere  l' in- 
terno delle  tasche  del  suo  pubblico.  E  di  nuovo  è  quello  eh'  io  faccio. 
Nasica  mi  autorizza  a  promettere  eh'  egli  proseguirà,  con  uguale  e 
maggior  lena,  ad  illustrare  la  Triennale  di  Venezia,  facendo  seguire 
alle  categorie  del  Rosso  e  del  Giallo,  nel  secondo  fascicolo,  quelle 
del  Verde  e  del  Bleu. 


Mimo,  l'uomo  dei  misteri,  forse  anche  per  una  sua  naturale  ti- 
midezza, non  si  arrischia  a  promettere  nulla  di  certo,  contento  se 
potrà  fare  ai  suoi  ammiratori  qualche  gradita  sorpresa.  L'  umile  sot- 
toscritto poi.  reduce  da  una  sua  gita,  un  po'  tardiva,  a  Venezia,  chi 
sa  quante  belle  cose  saprà,  se  vorrà,  dirvi  a  proposito  della  Esposi- 
zione. Il  terzo  fascicolo  è  dedicato  alla  Categoria  ultima,  ch'io  non 
ho  ancora  ricordata,  appunto  perchè  sottintesa,  a  quella,  cioè,  del 
Policromo.  Nel  medesimo  poi,  siccome  ci  resterà  della  carta  da  im- 
brattare, Momó,  contento  finalmente  di  non  dover  più  parlare  di  cose 
che  non  sa,  ritornerà  a  sliizzarrirsi,  badando  di  stare  sulle  generali, 
trattenendo  in  ciarle  il  suo  paziente  lettore,  tanto  per  fargli  scordare 
la  malinconica  lira  spesa  a  procurarsi  il  piacere  di  stare  due  minuti 
con  lui.  Oh  non  tema  il   moralissimo  lettore  che  quella  lira  possa 
mai  da  Momo  essere  spesa  in  soddisfazioni  illecite  e  che  non  rien- 
trino precisamente  nella  cerchia  dell'arte!  Momo  non  getterà  certo  il 
generoso  obolo  del  suo  lettore  nella  malvagia  cloaca  delle  industrie 
nazionali  del  tabacco  e  dell'acquavite;    io  non  sono  fumatore  nò 
irà  fa  comodo,  per  ora,  suicidarmi.  Quanto  a  giocare,  gli  amici  non 
mi  ci  pigliano  più;  la  sola  volta  che  feci  un  tiro  discreto  al  bigliardo 
fu  colla  palla  dell'  avversario. 

\  certi  sospetti  poi  che  tu,  maligno  lettore,  vai  ora  susurrandomi 
all'orecchio,  io  mi  sento  superiore  almeno  di  quattro  palmi.  E  non 
discorriamone  piìi.  Ma  chi  a  dirittura,  in  questo   ultimo  fascicolo, 
trionferà,  sarà  Mimo. 

Ho  avuta  la  fortuna,  rarissima,  di  essere  ammesso  al  suo  studio, 
e  in  quel  sacro  recesso,  dove  la  più  carezzevole  delle  Muse  scende  a 
sfiorargli   h  fronte  di  sogni  immortali,  ho  veduto  tali  cose  che...... 

faccio  punto  e  passo  ad  altro. 

QUINTO 

CIÒ  CHE  NON  FAREMO 

Intendiamoci  intanto  subito  su  un  punto  delicatissimo.  Per  vo^- 
lontà  espressa  del  mio  papà  Nasica,  e,  aggiungerò,  anche  perchè  ciò 
era  nelle  mie  precise  intenzioni,  la  prosa  di  Momo  non  accennerà, 
neppur  lontanamente,  a  divenire  una  di  quelle  pubblicazioni  che  con  lo 
specioso  nome  di  critiche  d'  arte,  nuli'  altro  riescono  invece  che  una 
solenne  corbelleria  ed  una  più  solenne  turlupinatura  degli  artisti  e 
del  pubblico.  L'allegro  sorriso  del  visitatore  burlone  e  senza  pretese, 
ecco  il  nostro  programma.  Troppo  alto  rispetto  noi  portiamo  a  quella 
severa  e  gelosa  divinità,  1'  Arte,  per  non  ricordare  che  il  lungo  studio 
e  il  grande  amore  non  francano  dalla  taccia  d'  imprudente  chi,  sia 
pur  circospetto,  osa  avvicinarsi  ai   penetrali  della  Dea.  Per  ciò  lascie- 


remo  ad  altri  il  titanico  compito  di  dettar  canoni  e  trinciare  apoftegmi, 
contenti  se  il  tempo,  che  altri  occupa  a  salvare  l'arte,  noi  avremo  speso 
a' procurarci  quel  corredo  di  sani  studi  che  in  avvenire  si  ricercherà 
dal  critico  d'  arte,  quando  il  dilettantismo,  1'  impressionismo  e  tutti  in 
genere  i  belletti  e  i  rossetti  della  rettorica  ignorante  e  prosuntuosa, 
si  saranno  rifugiati,  ultimo  e  conveniente  asilo,  sull' abbigliatolo  delle 
signore  povere  di  spirito.  E  sarà  giusto  e  naturale  il  passaggio:  in 
tutti  e  due  i  casi  è  sempre  il  belletto  che  rovina  due  delle  maggiori, 
forse  le  sole,  consolazioni  della  vita  umana:  l'Arte  e  la  bellezza  fem- 
minile. 


SESTO 

IL   LEONE  DI  S.  MARCO 


Nella  sede  del  Comitato  organif^aiore  regnava  un  grande  fermeiTto. 
consci  i  singoli  membri  del  gravoso  incarico  che  incombeva  alle  foro 
spalle,  ora  che  il  voto  unanime  del  mondo  civile  pareva  aver  consa- 
crata la  città  di  Venezia  a  ritrovo  sacro,  fatale  e  triennale  del/uni- 
versa pittura  e  scultura.  Bisognava  che  il  Comitato,  in  maniera  as- 
soluta, dimostrasse  di  essere  all'altezza  del  compito  assegnatogli,  e 
per  far  ciò  conveniva  prima  dimostrare  che  i  componenti  /'  egregia 
Commissione  erano  tutti  coscienti  del  come,  fino  dalla  et^nità,  Ve- 
nezia fosse  destinata  a  divenire  il  centro  del  movimenio  artistico 
universale. 

La  Commissione  si  era  quindi  radunata  di  urgenza  per  deliberare 
quale  imagine  simbolica  dovesse  portare  il  cartellone  destinato  ad 
annunciare  al  mondo  la  fausta  ricorrenza.  Quando  il  pittore  Separine 
fu  chiamato  dalla  Commissione  a  segreto  consiglio  stava  studiando 
un  suo  progetto  di  prosciugamento  della  Piazza  di  S.  Marco,  invasa 
(come  si  può  notare  nel  cartellone-avviso)  dalle  acqùe.  Interrotto  bru- 
scamente il  suo  lavoro,  il  pittore  si  affrettò  alla  volta  del  palazzo 
dove  ,  trepidanti,  lo  attendevano  gli  organizzatori.  Convien  ricordare, 
a  più  facile  intelligenza,  che  nel  frattempo  la  Commissione  aveva 
risolto  improvvisamente  il  difficile  problema,  decidendo  che  il  cartel- 
lone dovesse  portare  il  Leone  di  S.  Marco. 

Al  primo  apparire  del  Secatine  la  Commissione  fu  tutta  in  piedi 
e  come  un  sol  uomo,  intonò  questo  saluto: 

E  poi  che  noi  rinovelliamo  Augusto, 
odi,  Sezaime  :  facci  tu  un  Leone 
degno  d' Italia,  degno  del  tuo  gusto 
e  del  poco  oro  che  abbiam  nel  cassone. 

CARDUCCI,  Il  canto  dell' amore. 


In  verità  era  parso  loro  che  il  Leone  di  S.  Marco  avesse  il  maggior 
diritto  alla  riconoscenza  della  Serenissima  e  che  portasse,  per  le  an- 
tiche glorie,  maggior  significato  di  simbolo  in  sè. 

Di  più  ricordava  la  Commissione  un  proverbio  di  classica  origine 
che  suonava  precisamente:  ab  ungue  leonem,  e  eh'  io  mi  permetterò  di 
tradurre:  dall'unghia  riconoscerai  il  leone.  Ora  come  appunto  il  pro- 
verbio significava  che  dal  poco  veduto  si  poteva  bene  arguire  la 
grandezza  e  la  forza  del  tutto,  così  voleva  la  Commissione  che  il  re 
degli  animali,  preso  a  simbolo,  invitasse  lo  spettatore  a  pensare  a 
quale  altezza  doveva  essere  la  produzione  artistica  dei  singoli  paesi, 
a  giudicarne  dai  pochi  esemplari  che  teneva  davanti  agli  occhi.  Al 
pittore  Se^fanne  piacque  l'idea  del  Leone,  non  così  però  che  non  gli 
venisse  fatto  di  notare  l'enorme  stiracchiatura  del  proverbio,  la  qual 
cosa  attribuì  alla  esagerata  preoccupazione  del  Comitato  di  cercare  ad 
ogni  costo  il  simbolo.  Cominciò  dunque  dal  dichiarare  agli  egregi 
componenti  la  sua  piena  soddisfazione  per  il  progetto  e  la  sua 
riconoscenza  per  averlo  essi  scelto  ad  interprete  delle  loro  ispirate 
elucubrazioni,  poscia  soggiunse  queste  parole:  «  egregi  signori,  voi 
certamente  sapete  come  la  tradizione  c'insegni  essere  stato  l'evange- 
lista San  Luca  un  valente  •  pittore.  Anche  ricordate  che  la  tradizione 
artistica  ha  raffigurato  lo  stesso  San  Luca,  nell'atto  di  dipingere,  se- 
duto sopra  un  bue.  Il  quale  bue,  in  tempi  meno  a  noi  remoti,  fu 
pur  esso  un  gloriosissimo  pittore,  per  la  sua  special  valentia  detto 
Cima-bue. 


Ora  se  questo  emblema,  meglio  che  il  Leone  di  San  Marco,  vi 
confacesse,  ditelo  aperto  e  sincero.  Molto  meno  gloriosa  e  vetusta  ori- 


gine  ha,  a  mio  credere,  il  Leone  di  S.  Marco.  Equi,  Egregi  e  Serenis- 
simi signori,  non  offendo  la  memoria  di  S.  Marco:  mene  spiacerebbe 
specialmente  per  il  compagno  suo  S.  Luca.  Perchè,  se  non  lo  sapete, 
è  fama  che  i  due  evangelisti  siano  vissuti  e  morti  in  perfetto  accordo; 
prova  questa  evidentissima,  se  altre  non  ce  ne  fossero,  che  S.  Marco 
non  fu  mai  pittore.  Ma  non  questo  stavo  ora  dicendovi.  L'origine  del 
Leone  di  S.  Marco  è,  relativamente,  recente. 

Risale  a  quando  il  Doge  Morosini  si  smarrì  ,  durante  un  suo 
viaggio,  nel  gran  deserto  del  Sahara. 


Un  giorno  videsi  venire  incontro  un  ferocissimo  leone,  dagli  occhi 
di  fiamma,  irta  la  giuba,  ruggendo  sordamente.  Egli  si  diede  allora 
perduto.  Quando  un'  aquila  di  enormi  proporzioni,  scendendo  a  picco 
suUuogo,  si  appresentò  al  leone,  offrendoglisi  generosamente  in  preda. 
E  il  leone  con  tale  ingordigia  la  divorò,  che  non  potendo  le  ali  del- 
l' aquila  passare  per  le  bramose  canne  del   terribile  animale,  nello 


sforzo  dell'  ingoiarle,  gli  uscirono  dalle  spalle,  per  che  in  breve  ora 
egli  morì.  Ritornato  il  Doge  a  Venezia,  in  omaggio  per  lo  scampato 
pericolo,  votò  il  leone  a  San  Marco  protettore.  « 

La  Commissione,  per  nulla  convinta,  insistette  nel  volere  il  Leone, 
e  fu  accontentata.  E  perchè  nessuno  potesse  negare  che  quel  leone  e 
simbolico,  il  pittore  Sezanne  lo  rappresentò  colle  zampe  di  dietro 
galleggiante  sulle  acque  increspate. 


Però  come  è  vero  che  le  Commissioni  non  sono  il  pubblico,  così 
si  trovò  ancora  chi  non  fu  contento  dell'  idea  :  fu  un  toscano. 
—  Il  leone  di  se'  zanne?  egli  disse  —  e  come  si  può  dare? 


SETTIMO 


LE  ESPOSIZIONI 


Come  il  mio  amico  Mimo,  di  solito  così  serio,  si  sia  permesso  di 
offendere  con  una  testata,  altrettanto  indecente  quanto  calunniatrice, 
il  capitolo  in  cui  avevo  stabilito  di  parlare  di  quei  venerabili  istituti 
che,  sotto  il  nome  di  esposizioni,  sono  il  palpito  perenne  di  quanti 
artisti,  sotto  la  cappa  del  cielo,  lavorano  per  la  vita  e  per  1'  ideale,  è 
ancora  un  mistero  per  me.  Perchè  egli  non  può  aver  così  presto  di- 
menticato come,  in  sul  cominciare  della  nostra  pubblicazione,  dub- 
biosi allora  della  utilità  di  simili  Mostre  d'  arte,  ci  facessimo  ad  inter- 
rogare in  proposito  quanti  potevano  prendere  interesse  a  queste  cose, 
compiessimo  jnsomma  ciò  che  modernamente  chiamano  un' inchiesta.' 

Ricorderà  ancora  Mimo  come  il  risultato  ne  fosse,  non  che  sod- 
disfacente, convincentissimo.  Conservo  tutte  le  lettere  allora  inviateci, 
e  poi  che  alcune  sono  di  una  importanza  a  dirittura  eccezionale,  così 
penso  di  farne  omaggio  al  mio  cortese  lettore,  il  quale,  certo,  me 
ne  saprà  grado. 

Simpaticone, 

mi  domandi  se  io  credo  alla  utilità  delle  Esposizioni. 
Ti  basti  sapere  che  alla  •  prima  triennale  di  Venezia  ho  fatta  la  mi- 
gliore e  più  proficua  conquista  di  tutta  la  mia  vita.  Non  voglio  però 
negare  che  non  c'  entri  un  poco  ancora  la  conoscenza  che  ho,  abba- 
stanza sicura,  della  lingua  francese. 

Non  ti  ricordi  quanto  ti  ho  parlato  di  Jacques,  quel  giovinetto 
francese  che  s'innamorò  di  me,  due  anni  or  sono?  L'  ho  conosciuto 
a  Venezia,  durante  1'  Esposizione. 

Tua  Lo  LOTTE. 


4- 

Stimatissimo  Signore, 

ho  saputo  della   loro  inchiesta   e   non  posso  per- 
mettere che  manchi,  fra  i  loro  documenti,  la  mia  parola  autorevole. 
É  la  verità.  Se  ora  godo  di  una  posizione  più  che  discreta,  lo  debbo, 
oltre  che  al  mio  spirito  intraprendente,  all'  essermi  trovato  conduttore 
d'  alberghi  in  tempo  d'  esposizione.  E  questo  di  nuovo  per  la  verità. 
Con  stima  suo 

Mariotti. 

Signori  Mimo  e  Momo, 

scrivo  per  mio  marito,  che,  sebbene  abbia  una  bella 
posizione,  possiede  una  bruttissima  calligrafia.  Egli  mi  prega. di  far 
loro  sapere  d'  aver  cominciata  la  sua  carriera  vendendo  ricordi  e 
guide  alla  porta  delle  esposizioni  d'  arte.  Nè  si  vergogna  a  raccontar 
questo,  quando  pensa  che  il  conte  di  Carmagnola  

Illustrissimi  Signori, 

rilascio  loro  il  richiesto  certificato  di  aver  avuto  per 
due  interi  mesi  sotto  le  mie  cure  il  signor  Tampelli,  critico  d'  arte 
obbligato  ai  suddetti  due  mesi  di  letto  per  lesioni  gravissime  inferte- 
gli,  pare,  a  vendetta  di  una  sua  pubblicazione,  ove  criticava  piuttosto 
acerbamente  uno  scultore  cittadino. 

Tanto  a  testimonianza  veridica  e  importante,  da  servire  alla  loro 
inchiesta. 

Dev.mo  Dott.  Aldrovandi. 


OTTAVO 

UN'   I  M  A  G  I  N  E 


Simile  a  un  bel  corso  di  fresca  acqua  montana,  che  scenda  tra 
siepi  fiorite  e  gloriosi  alberi  al  piano,  è  la  vita  dell'  artista.  Perchè 
come  il  rivo,  nel  suo  viaggio,  sullo  specchio  delle  acque  correnti  porta 
le  imagini  della  circostante  natura  e  le  distrugge  e  le  rinnova ,  in  con- 
tinua vicenda,  così  l'anima  dell'artista  riflette  le  imagini  della  uni- 
versa vita  e  incessantemente,  nel  suo  infaticato  affanno  di  creare,  le 
scompagina,  le  commuta,  le  ricompone. 


Ma  come  il  rivo,  giunto  al  piano,  quando  appunto  pareva  che  il 
rallentato  corso  dovesse  permettere  alle  calme  limpide  acque  di  espri- 
mere tutta  la  loro  virtù  fecondatrice,  insensibilmente  avanzando  perde 
la  sua  lucentezza  e  sotto  un  funereo  lenzuolo  di  verdi  alghe  muore, 
così  r  artista,  vinto  dal  dubbio,  smarrita  la  traccia  della  perennemente 
fuggitiva  Bellezza,  solo,  stanco  e  sfiduciato  perisce. 


NONO 

ARTE  DELL'  AVVENIRE 


Debbo  confessare  che  a  condurre  a  termine  quest'  ultimo  capitolo 
molto  mi  ha  giovato  la  penna  infallibile  del  mio  collega  Mimo.  Come 
infatti  avrebbe  potuto  la  semplice  parola  rivelare  i  misteriosi  destini 
che  aspettano  l'arte  nell'avvenire? 

Avverto  perciò  l'amabile  lettore  che,  da  questo  momento,  la  mia 
prosa  non  sarà  che  un  fedele  commento  alle  illuminate  visioni  del 
compagno. 

Giorno  verrà,  e  non  è  lontano,  che  il  mondo  avrà  dimenticate  le 
auree  mediocrità  del  passato,  così  che  allo  scultore  dell'avvenire,  il 
quale  voglia  ritrarre  le  sembianze  di  quel  meschino  imbrattatore  di 
tele  e  rozzo  artefice  della  stecca  che  ebbe  nome  Michelangelo,  sarà 
benissimo  lecito  commettere  un  anacronismo  e  confondere  l'autore 
del  Mose  con  quel  sotto  ufficiale  del  vecchio  Jehova  che  gli  scacciò 
Lucifero  dal  Cielo. 


Gli  artisti  allora,  passando  arditamente  sulle  viete  tradizioni  della 
scuola,  spireranno  un  alito  di  vita  nuova  per  entro  le  loro  creazioni, 
e  per  mania  di   novità  i   pittori  avranno   l' ufficio  di  policromare  i 


tori 


eserciteranno  lo  scalpello  per  entro  le  tele  dei  maggiori. 


E  questo  per  l'opera  di  rinnovamento  degli  antichi  monu- 
menti. 

Quanto  a  creare  nuovi  capolavori  1'  affare  sarà  ancora  più  spic- 
cio. Lo  scultore  impiegherà  due  giorni  a  gettar  giù  una  statua  e  dieci 
anni  a  levigarla,  così  che  non  la  si  potrà  esporre  al  pubblico  prima 
che  un'  apposita  macchina  venga  inventata,  la  quale  permetta  di  os- 
servarla senza  la  minaccia  di  perdere  ad  ogni  tratto  la  vista. 

Il  pittore  a  sua  volta  si  dedicherà  specialmente  allo  studio  duella 
bellezza  femminile.  E  dipingerà  donne  cosi  brutte  che  i  buoni  mece- 
nati troveranno  meno  ripugnante  una  donna  viva  che  una  donna 
dipinta,  e  piuttosto  che  comprare  un  quadro  piglieranno  moglie. 

Il  che  se  non  farà  precisamente  camminare  1' arte,  farà  certamente 
camminare  il  mondo,  con  vantaggio  sicuro  dell'  una  e  dell'altro. 

E  per  ultimo,  dove  oggi  vediamo  che  si  dipinge  colle  mani,  nel- 
l'avvenire si  dipingerà  coi  piedi-  la  qual  cosa  non  significa  che  si  di- 


pingerà male,  ma  soltanto  in  modo  diverso  dal  presente. 


MOMO. 


A  VENEZIA 


Non  più  sì  come  a'  giorni 
del  libero  splendor 
passano  i  Dogi  adorni 
neir  alto  Bucintor, 

non  a  te  il  mar  ritorna 
chiedendoti  l'anel, 
or  che  gli  fai  le  corna, 
spergiura  ed  infedel. 

L'anel  che  avea  redato 
dalla  sua  sposa  il  mar 
in  Arcivescovato 
lo  danno  da  baciar, 

e  al  Lido,  ove  ristette 

pensosa  Giorgio  Sand, 
strillan  due  biciclette 
dell'Orio  e  del  Marchand, 

e  la  chanteuse  Fifìna^ 
mugola  nei  Caffè 
dov'è  evocò  Vanina 
Alfredo  de  Musset. 

Pur  se  il  pensier  riviene 
a  te,  santa  città, 
cadono  le  catene 
della  mia  frolla  età, 

fugge  il  recente  scorno 

tra  un  sogno  e  un  ideal, 
m'  alita  un  canto  intorno 
che  non  mi  par  mortai. 

Ben  hai  cercato  il  porto 
nell'Arte  unico  tu, 
quando  il  presente  è  morto 
e  la  tua  gloria  fu  ! 


Questa,  che  un  dì  Tiziano, 
e  il   tuo  Tiepolo  amar, 
ti  svelerà  1'  arcano 
studio  dell'  obliar. 

Cessa  il  martirio,  cessa  ; 
è  amaro  il   sovvenir  : 
o  antica  Dogaressa, 
t' affisa  all'  avvenir. 

Udimmo  già  canzoni 
e  serenate  assai, 
e  son  degli  Schiavoni 
sorde  le  rive  ormai, 

han    fatto   un    gran  guardare 
il  damo  e  la  fedel 
la  gondola  filare 
sotto  r  opaco  ciel. 

Cessa  il  martirio,  cessa  ; 
è  amaro  il  sovvenir: 
o  antica  Dogaressa, 
t'affisa  all'avNenir. 

Tratti  dai  maliosi 

occhi  dell'  Arte,  a  noi 
vengon  desiderosi, 
Terra,  i  figliuoli  tuoi. 

Note  canzoni,  ad  iio  ! 

un  nuovo  canto  or  sai  : 
voglio  cantare  anch'  io 
un  inno  universal. 

La  gondola  incantata 

pronta  ad  accórmi  è  già: 
voglio  una  serenata 
fare  all'  Umanità. 


Ahi,  caso  disperato, 

che  so  di  non  tener 
neanche   uno  spezzato 
da  dare  al  gondolier  ! 

MOMO. 


CARTEGGIO  INEDITO 

DI 

ALFONSO  PROCOLI 


(A  proposito  di  mia  critica  d' A^^te) 

22  Marzo  1895 

Egregio  Signore, 

so  che  è  affidata  a  Lei  la  cura  di  parlare  dei  quadri 
esposti  air  ultima  Mostra  della  Società  dello  Zodiaco.  Fra  questi  dovrà 
figurare  una  tela  simbolica,  dal  titolo:  Primavera  umana,  del 
giovine  e  valente  pittore  Stefano  Sgorbiatti.  Lontana  da  me  la 
pretesa  d'  influire  nei  suoi  giudizi  competenti  e  spassionati.  Ma  se 
qualche  cosa  fosse  dato  implorare  al  mio  sesso  ,  vorrei  chiedere 
alla  compitezza  di  Lei  uno  sguardo  benevolo,  molto  benevolo,  alla 
tela  deir  egregio  giovine.  Non  eserciti  la  sua  malizia  di  critico  ad 
investigare  le  ragioni  che  possono  muovermi  a  simile  preghiera.  Le 
sarò  riconoscente. 

Un'  ammiratrice. 

(Scriva  fermo  in  posta:  Passiflora) 

23  Marzo  95 

Signorina, 

perdoni  la  fretta  e  la  sincerità.  Tutto  per  lei, 
tutto.  Ma  non  chieda  da  me  il  sacrificio  delle  mie  opinioni  per  un 
terzo,  forse  il  suo  amante.  La  riverisco  distintamente. 

Suo  :  Alfonso  Procoli. 

24  Marzo  95 

Signore, 

non  ho  amanti.  Forse  dovrei  off'endermi  dello 
sprezzo  immeritato  e  del  nessun  conto  in  cui  tiene  il  desiderio  di 
una  donna  incognita  e  che,  ripeto,  potrebbe  esserle  riconoscente.  Ma 
non  sono  usa  offeodermi  della  franchezza.  Anzi. 

La  sua:  ammiratrice. 

(Diriga  alla  solita,  nel  modo  che  sa) 

<^ 

25  Marzo  95 

Signora  ammiratrice, 

prima  di  tutto,  nessuno  mi  assicura  che  lei  sia 
donna.  Lei  deve  essere  un  seccatore,  uomo;  non  una  donna.  Non 
mi  secchi. 

Alfonso  Procoll 


27  Marzo  95 

Signore^ 

mi  servo  dell'  anonimo,  non  per  vigliaccheria,  ma 
perchè  due  schiaffi  dicono  che  siano  più  saporiti  quando  se  ne  ignora 
la  provenienza.  I  medesimi  sono  per  lei,  se  credesse  di  parlar  male 
del  quadro:  Primavera  umana. 

(Anonima) 

27  Marzo  95 

Caro  Alfonso, 

perchè  tardi  ad  inviarmi  1'  ultima  critica  della 
Mostra?  Il  giornale  presto  va  in  macchina  e  prevedo  che  per  questo 
numero  non  se  ne  farà  nulla.  Una  rivista  quindicinale  ha  bisogno 
d'  affrettare,  altrimenti  al  prossimo  numero  la  critica  non  ha  più  il 
sapore  della  attualità.  Aspetto  le  cartelle. 

Tuo  GOTTARDI. 

Direzione  del  periodico  quindicinale  d'  arte, 
lettere  e  scienze  :  Il  Cornucopia.  Ab- 
bonamento annuo  L.  6. 

o 

30  Marzo  95 

Rispettabile  Signore, 

abbiamo  il  piacere  di  presentarvi  i  nostri  omaggi, 
unitamente  all'  offerta  dei  nostri  servigi.  Sappiamo  spettare  a  voi 
la  parte  di  critico  artistico  nel  periodico  cittadino:  il  Cornucopia. 
Abbiate  la  compiacenza  di  ricordare  ancora  che  la  gran  tela  ado- 
perata dal  pittore  Sgorbintti  per  il  suo  ultimo  capolavoro  è  uscita 
dalla  nostra  Ditta.  E  vogliate  comandarci. 

Gino  e  Camillo  Ronchi 

commercianti 

o 

30  Marzo  95 

Amico  Procoli, 

ti  mando  le  bozze.  Affretta;  il  tempo  stringe. 
Addio,  genio  incompreso. 

Tuo  sempre  Gottardi 

30  Marzo  95 

Signor  critico, 

so,  non  chiedete  come,  che  riceverete  oggi  le  bozze 
del  vostro  articolo.  Se  parlate  male  del  quadro,  sapete  che  cosa  vi 
aspetta.  Non  sono  solito  intimidire  per  niente. 

Firmato:  Box. 

<^ 

30  Marzo  9o 

Signor  Alfonso, 

sono  una  donna.  Se  volete  persuadervene,  venite, 
oggi,  alle  tre  precise,  in  via  delle  Torrette,  all'  angolo  del  Palazzo 
Sanvitali.  Parleremo  a  lungo. 

Vostra:  Mariettina. 


òignor  1  ornielli  stimatissimo, 

direte  al  Direttore  che  gli  rimando  le  bozze  ra- 
dicalmente corrette  là  dove  parlavo  del  quadro  dello  Sgorbiatti. 
Le  correzioni  derivano  da  studi  posteriori  e  più  coscienziosi.  Pre- 
gatelo caldamente  a  curare  1'  esattezza,  fino  allo  scrupolo.  Grazie. 

Vostro:  Procoli. 

Ali  amministratore  del  periodico:  Il  Cornuropia 

.        .  ,^  5  Aprile  95 

Caro  sig.  Al  forno, 

ho  letto  r  articolo,  proprio  oggi.  Vedete  se  anche 
VOI  siete  rimasto  persuaso  della  bellezza  di  quella  tela  ?  Ed  io  che 
ve  r  aveva  raccomandata! 

Se  volete  vedermi  oggi,  sapete  dove  e  come.  Direi  che  mi  co- 
minciate a  piacere. 


Gentilissimo  Signore, 


Mariettina  Pippi. 

6  Aprile  95 


vi  ringrazio  delle  cortesi  parole  sul  mio  povero 
quadro.  So  di  non  valere  nulla,  nè  pretendo  di  più.  Però,  avendo 
impiegato  così  poco  tempo  a  compiere  il  lavoro,  posso  dire  di  non 
essere  mal  riuscito  nella  prova.  Aspettatemi  a  miglior  saggio.  Se 
altra  volta  avrete  occasione  di  intrattenervi  delle  cose  mie  potrete 
servirvi  di  questo  pacco  di  lettere  e  articoli,  che  qui  vi  accludo,  e 
che  schiariranno  qualche  punto  oscuro  della  mia  vita  artistica. 
_  _  .Ogni  qual  volta  apro  e  scorro  queste  carte,  arrossisco.  Sono 
inni  di  lode,  vedrete;  immeritati. 
Una  strétta  cordiale. 

Dev.mo  vostro:  Sgorbiatti. 

^      ,  .  6  Aprile  95 

Irent.mo  signor  protetore, 

credo  che  mio  figlio  avrà  già  fatto  il  suo  dovvere 
inverso  di  lei.  Sicuro  che  abisogna  riccambiare  gentilezza  con  genti- 
lezza. E  se  non  sono  gentili  i  crittichi  chi  vole  che  sia  gentile  con 
questi  poveri  ragazzi  ?  le  asicuro  che  Stefano  mi  ha  dato  una  grande 
sotisfazione ,  perchè  le  lagrime  che  abiamo  sparso  per  esso  sono 
molte,  e  anche  i  quatrini  sono  stati  parecchi  molti.  Cuando  si  crit- 
ticha  abisogna  pensare  cuante  notti  insoni  si  è  passate  per  loro,  e  lei 
ci  a  pensato  bravo  lei,  a  lui  e  ala  sua  mamma. 

Permetta  che  le  voglia  del  bene,  signor  protetore. 

La  Madre  di  lui  Prudenza  Sgorbiatti. 

Poscritto:  ci  aggiungo  anche  le  firme  di  tutta  la  casa. 
Fu  Pietro,  padre  di  Steffano. 
Tonino,   detto  Bubù,  fratelino  minnorenne. 
Apolonia,  mia  sorella,  ammalata  di  broncite. 


9  Aprile  95 

Lei  è  un  imbecille. 

Anonimo. 

9  Aprile  95 

Caro  collega, 

fra  tanta  penuria  di  critici  nel  nostro  dolce 
paese,  fa  piacere  ritrovai-e  uno  come  voi  che  unisce  alla  coscienza 
la  assoluta  superiorità  dell'  ingegno.  Vi  presagisco  una  carriera 
superba. 

Coir  augurio  vi  saluto. 

Pacifici,  critico  musicale. 

10  Aprile  95 

Amico, 

tu  hai  mostrato  di  avere  due  cose  che  noi  ita- 
liani non  avevamo  ancora  :  la  conoscenza  del  tema  trattato  e  quella 
della  lingua  patria.  È  molto  più  che  una  promessa;  è  una  vittoria. 

Tuo:  Monetti. 

Veloce  Club  «  Atalanta  » 

<^ 

10  Aprile  95 

Caro  Alfonso, 

mi  hanno  detto  che  la  tua  critica  è  tanto  bella. 
Peccato  che  sia  scritta  in  italiano:  traducimela  in  tedesco. 

Tuo  :  Max. 

10  Aprile  95 

Caro  Signore, 

potrei  aver  1'  onore  di  chiederle  una  copia  del 
suo  lavoro,  gratis  ?  Anche  un  tantino  di  dedica  non  stonerebbe.  La 
dedichi  a  chi  vuole:  tanto  lei  non  ha  1'  onore  di  conoscermi. 

(Fermo  in  posta,  alle  lettere  C.  S.) 


10  Aprile  95 

Alfonsino, 

tu,  così  buono,  hai  osato  fare  1'  apologia  di  quello 
scandaloso  nudo,  chiamato  ipocritamente  «  Primavera  umana  »  ? 
Sta  attento:  quando  hai  potuto  aggiungere  la  offesa  di  Dio  alle  off'ese 
già,  fatte  all'  arte,  non  ti  ho  capito  più.  Sai  che  la  mia  eredità  deve 
passare  in  mani  pure  e  timorate:  ricordalo. 


Tuo  zio  :  Don  Domenico. 


11  Aprile  95 

Caro  amico, 

si  grida,  si  cavilla,  e  non  si  sa  mai  nulla.  Chi 
sacramenta  che  il  critico  non  deve  preoccuparsi  che  del  bene  del- 
l'arte, senza  riguardi,  senza  reticenze;  chi  vuole  invece  un  critico 
docile,  indulgente,  alla  mano.  Per  me  ho  sempre  creduto  che  pre- 
cipua dote  del  critico  sia  il  non  capirne  sillaba.  Ecco  forse  il  mi- 
stero per  cui  la  tua  é  l  i  uscita  una  critica  decente. 

Ricordati  del  tuo  ^  Flavio. 

<E> 

11  Aprile  95 

Signore^ 

ebbi  già  l'onore  di  minacciarle  quattro  schiaffi 
se  avesse  osato  dir  male  del  quadro  dell'amico  Sgorbiatti.  Ora 
dovrei  essere  contento,  essendosi  il  signore  profuso  in  elogi  al  me- 
desimo, esagerati  ed  immeritati.  Se  non  che  c'  è  nella  faccenda  un 
punto  oscuro,  o  viceversa.  Non  c'entra  forse  per  nulla  in  questa 
manovra  la  signorina  Mariettina  Pippi  ?  Mi  meraviglio  di  lei,  che 
non  si  vergogni.  Non  contento  di  aver  distolta  la  signorina  dal- 
l'amore allo  Sgorbiatti,  ora  la  invidia  ancora  a  me.  Perchè,  per 
sua  norma,  è  da  gran  tempo  che  nutro  una  passione  di  fuoco  per 
la  SHa  ispiratrice,  o  critico  venduto  !  Siamo  dunque  intesi  :  o  lei 
mi  si  leva  dai  piedi,  o  cercherò  io  il  modo  perchè  lo  faccia  a  forza. 

(Anonima) 

12  Aprile  95 

Ma  vieti  a, 

scrivo  colle  fiamme  al  viso.  Siete  una  civetta,  e 
forse  peggio.  Prima  mi  faceste  rinnegare  la  mia  opinione  per  un 
fidanzato  di  cartapesta,  che  abbandonaste  per  me:  ora  permettete 
che  un  maniaco  arrabbiato  mi  sputi  in  faccia  per  voi,  sempre  per 
voi,  le  più  volgari  insolenze.  Sono  stanco.  0  la  finite  di  torturarmi, 
0  tronco  tutto  e  felice  notte. 

Vostro  0  forse  non  più  vostro 
Alfonso 

16  Aprile  95 

Signor  Procoli, 

sa  chi  è  stanco,  stanco  davvero  ?  Sono  io,  e  con 
me  mia  figlia.  Ah,  lei  credeva  di  giocarmi  un  brutto  tiro,  e  me- 
nandomi pel  naso  la  Marietta,  divertirsi  ?  Credo  che  lei  abbia  sba- 
gliato uscio,  signore  mio  bello.  La  Mariettina  (che,  fra  parentesi,  è 
innamorata  cotta)  non  fa  che  piangere,  dal  giorno  che  mi  ha  con- 
fidato tutto.  0  lei  dunque  si  decide  ad  agire  in  regola  e  da  galan- 
tuomo e  allora  si  vedrà,  o  seguita  cosi,  e  allora  faccio  comparire 
in  ballo  il  papà  della  ragazza,  il  quale  non  scherza,  come  neppure 


io.  Veda  lei  le  cose  a  che  punto  sono.  E  fino  a  quel  giorno  si  com- 
porti come  deve,  che  non  mi  tocchi  insegnarglielo. 

Serva  sua 
Gesualda  Pippi. 


X  Maggio  MDCCGXGVI 


OGGI  SPOSI 


H  Maggio  96,  mattina 

Mio  Alfonso, 

è  giusto  che  fra  noi  non  rimangano  partite  aperte. 
Un  anno  fa,  per  compiacermi,  tu  scrivesti  parole  d' ammirazione  sul 
quadro  «  Primavera  Umana  ».  È  bene  che  tu  sappia  che  quel 
quadro  era  un'  infamia. 

Marie  TTiNA 

Al  Signor  Alfonso  Procoli 
critico  d' arte 
(Fermo  in  posta) 

MOMO. 


A  SAN  BIAGIO 


(Per  offerta  di  una  tartaruga  d' argento  —  voto  di  un  pittore 
riconoscente). 

Tu  che  sei  sempre  andato  adagio  adagio, 
un  piede  dopo  /  altro   e  circospetto , 
e  sta  a  provarlo  quel  famoso  detto  : 
«  adagio  Biagio  », 

o  santo  buono  buono,  accogli  il  ooto 

di  chi  avansa  con  calma  e  con  prudenza  ; 
non  privar  di  consiglio  e  d  assistenza 
un  tuo  devoto. 

Sai  che  la  porla  delle  Esposizioni 

è  chiusa  a  sette  spranghe  e,   dalli  dalli, 
per  chi  deve  aspettar  ci  sono  i  calli 
e  i  pedignoni. 

Io  che  Voglio  i  pie'  sani  ad  ogni  costo, 
e  non  amo  riscaldi  e  raffreddori, 
per  non  espormi  a  rimaner  di  fuori 
io  non  ho  esposto. 

MOMO. 


Tav.  II 


La  chanteuse  Salomè  nell'atto  di  ricevere 
un  ricco  dono  di  un  ammiratore. 


Sala  B 


VANAISE  GUSTAVE 


I 


Tav.  V1[ 


S.  Simone  Stinta ,  ischeletrito  per  lunga 
penitenza ,  in  viaggio  'per  la  monta- 
gna rossa. 


Sala  P 


FRANK  BRA^6^VYM 


Tav.  XVI 


Un' intervista  con  Barharossa. 


Sala  T 


Amici  -  G.  SANTER 


Tàv.  XVII 


Luci  improvvise  in  un  corpo. 


^^^'^  Stimate  -.  P,  HOECKER 


Tav.  I 


Angoscia .. ..  umana. 


Sala  D 


G.  ROCHEGROSSE 


Tàv.  Il 


La  laguna  itterica. 


Sala  F 


Sulla  laguna  —  E.  TITO 


La  cura  degli  esercizi  ginnastici  e  bagni 
di  mare  per  gli  itterici  rachitici. 


L' estate  —  E.  TITO» 


Tav  IV 

^1 


Ritratto  fin  de  siede. 


Sala  H 


Ritratto  della  bambina  Irene  Tallone  C.  TALLONE 


Tav.  vi 


Tav.  vii 


Sala  T 


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